Cronaca

19 Luglio 1992: l’ omicidio di Paolo Borsellino

Fra indagini, mandanti, processi dello Stato si cerca ancora una verità definitiva sulla morta del giudice

di Redazione - 19 luglio 2021 08:10

“Un depistaggio che non è mai finito. Nuove indagini, processi, ex pentiti che tornano alla ribalta... Un'ombra lunga che ancora non è stata dissolta. Cinquantasette giorni separano la strage di Capaci del 23 maggio 1992 da quella di via D'Amelio del 19 luglio. Ventinove anni i due eccidi da una verità piena la cui ricerca è ancora in corso tra nuove e false piste. Un tempo tragico, oscuro e colmo di tensione. Gli attentati contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si consumarono in un contesto di incapacità e complicità che va ben oltre il livello della mafia, in un quadro, certificato da una sentenza, di "colossale depistaggio".

Il verdetto del processo Stato-mafia è del 20 aprile 2017. "Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana", lo definì la Corte d'assise di Caltanissetta, nelle motivazioni della sentenza, lunga quasi duemila pagine e depositata nell'estate del 2018. A novembre 2019 si è concluso in appello il quarto processo per la strage di via D'Amelio, confermando la condanna all'ergastolo per i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, imputati il primo come mandante e il secondo come esecutore della strage, e a 10 anni per i falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia. Dichiarato estinto per prescrizione il reato di calunnia contestato a Scarantino.

Per quei giudici "non sussiste alcuna prova che consenta di collegare la trattativa Stato-mafia con la deliberazione della strage di Via D'Amelio". Secondo la Corte d'appello nissena, "la strage di via d'Amelio rappresenta indubbiamente un tragico delitto di mafia, dovuto a una precisa strategia del terrore adottata da Cosa nostra, in quanto stretta dalla paura e dai fondati timori per la sua sopravvivenza a causa della risposta giudiziaria data dallo Stato attraverso il Maxiprocesso, nato anche, da una felice intuizione dei giudici Falcone e Borsellino".

"Ogni tentativo della difesa di attribuire una diversa paternità a tale insana scelta di morte e di terrore - proseguono i giudici - non può trovare accoglimento, potendo, al più, le emergenze probatorie indurre a ritenere che possano esservi stati anche altri soggetti, o gruppi di potere, interessati all'eliminazione del magistrato e degli uomini della sua scorta. Ma tutto ciò non esclude la responsabilità principale degli uomini di vertice dell'organizzazione mafiosa che, attraverso il loro consenso tacito in seno agli organismi deliberativi della medesima organizzazione, hanno dato causa agli eventi di cui si discute". Borsellino fu ucciso per "vendetta e cautela preventiva".

Il prossimo 5 ottobre toccherà alla quinta sezione penale della Cassazione. I giudici del 'Palazzaccio' dovranno esaminare i ricorsi presentati contro la pronuncia dei giudici di secondo grado che ha confermato la tesi del depistaggio.

Ore 16.58

Paolo Borsellino, 51 anni, da 28 in magistratura, procuratore aggiunto nel capoluogo siciliano dopo aver diretto la procura di Marsala, quel 19 luglio 1992 pranzò a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia. Poi si recò con la sua scorta in via D'Amelio, dove vivevano la madre e la sorella. Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre con circa cento chili di tritolo a bordo, esplose al passaggio del giudice, uccidendo anche i cinque agenti. Erano le 16.58. L'esplosione, nel cuore di Palermo, venne avvertita in gran parte della città. L'autobomba uccise Emanuela Loi, 24 anni, la prima donna poliziotto in una squadra di agenti addetta alle scorte; Agostino Catalano, 42 anni; Vincenzo Li Muli, 22 anni; Walter Eddie Cosina, 31 anni, e Claudio Traina, 27 anni. Unico superstite Antonino Vullo.

Il 21 ottobre 2020 la Corte d'Assise di Caltanissetta ha condannato all'ergastolo Messina Denaro, riconosciuto tra i mandanti delle stragi del 1992 e già condannato per le bombe del 1993 a Firenze, Roma e Milano.

Tre poliziotti sono sotto processo a Caltanissetta con l'accusa di essere i tasselli di una complessa strategia di depistaggio delle indagini sull'eccidio di via D'Amelio. A febbraio scorso il gip di Messina ha accolto la richiesta di archiviazione della procura per gli ex pm di Caltanissetta, Carmelo Petralia e Annamaria Palma, accusati di calunnia aggravata in merito alla gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino. Per il giudice ci furono "anomalie e irregolarità" su questo fronte, ma sui due ex sostituti procuratori non è stata individuata "alcuna condotta penalmente rilevante" volta "a indurre consapevolmente Scarantino a rendere false dichiarazioni e a incolpare ingiustamente". 

Una storia che "non è mai finita e i depistaggi sono ancora in corso", ha affermato, durante la sua audizione, il procuratore Roberto Scarpinato. Il riferimento è anche alla dinamica della strage proposta dall'ex collaboratore di giustizia Maurizio Avola che "suona falsa".

Una "riscrittura radicale e assai tranquillizzante della strage", una versione dei fatti e dei mandanti che "vorrebbe ribaltare la ricostruzione processuale di Spatuzza che in più occasioni ha confermato la presenza di un estraneo a Cosa nostra attorno alla 126 imbottita d'esplosivo il giorno prima della strage". Il procuratore Paci ha parlato di elementi che "inducono a dubitare tanto della spontaneità quanto della veridicità" del racconto di Avola.

"L'epilogo di questa putrida vicenda - disse una volta Fiammetta Borsellino - è la storia dell'Italia: lo stivale dei maiali che affonda sempre di più nel fango come cantava Battiato in 'Povera Patria', pensando a quei corpi in terra senza più calore".