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"Eracle", la movida reggina controllata dalla 'ndrangheta : condanne pesantissime

13 marzo 2019 23:37

Pioggia di condanne per gli imputati del processo "Eracle", scaturito dall'inchiesta che ha messo alla sbarra i rampolli della 'ndrangheta che gestivano la movida reggina.

Il gup di Reggio Calabria Filippo Aragona ha inflitto pene pesantissim, al termine del processo con il rito abbreviato, accogliendo cosi l’impianto accusatorio della Dda nei confronti dei presunti affiliati alle cosche Condello e Stillitano, accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, porto e detenzione di armi da guerra e comuni da sparo, tentata estorsione, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, intestazione fittizia di beni, maltrattamento di animali con l'aggravante del metodo mafioso.

LE CONDANNE

20 anni di carcere per Francesco Ferrante, Salvatore Falduto, Fabio Vittorio Minutolo, Andrea Morelli, Cosimo Morelli e Domenico Nucera; 14 anni di carcere per Enrico Giovanni Barcella, Giovanni Magazzù, 13 anni  per  Francesco Ferrara ;12 anni per Luciano Baione , Fabio Morelli,  Attilio Buontempone; 10 anni per  Fabio Puglisi; 8 anni per Panetta Michele ; 7 anni per Caccamo Fabio, Pecora Giuseppe Emanuele, Cutrupi Basilio; 6 anni per Barbaro Francesco; 4anni per Magazzù Bruno. Pene minori sono state inflitte a:   3 anni per Nkairi Mostaf, 2 anni per Berlingeri Mino e Surace Carmine, 1 anno per Cosoleto Paolo, Crucitti Bruno Antonio, Morabito Egidio , Marino Antonino, 8 mesi per Condello Francesco.

Unica assoluzione per  Francesco Antonio Eneide che era accusato di intestazione fittizia.

OPERAZIONE "ERACLE"

L’indagine, convenzionalmente denominata “Eracle”, coordinata - oltre che dal Procuratore Capo Federico Cafiero de Raho - dai sostituti procuratori Stefano Musolino, Walter Ignazzitto, Sara Amerio e Giovanni Gullo e sviluppatasi dal maggio 2015 al dicembre 2016, traeva origine dalla necessità, avvertita dalla Procura della Repubblica, di contrastare la serie di reiterate aggressioni, risse ed intimidazioni che hanno funestato le recenti estati reggine, turbando la serena e la libera frequentazione serale dei locali d’intrattenimento, specie quelli stagionali avviati sul lungomare cittadino.

Si è trattato di una serie di episodi che hanno visto per protagonisti giovani leve della ndrangheta reggina che, evocando la loro appartenenza a storici casati della ‘Ndrangheta originaria del quartiere di Archi, hanno inteso proporsi quale gruppo dominante della scena serale e notturna della città, intimidendo o aggredendo chiunque non riconoscesse loro siffatto ruolo.

L’attività d’indagine ha consentito di accertare come esponenti di primo piano della “Cosca CONDELLO” avessero assunto la gestione monopolistica dei servizi di “Buttafuori” presso i principali locali d’intrattenimento serale e notturno della città di Reggio Calabria.

Gli indagati, attraverso la gestione di tale servizio, non solo traevano il profitto conseguente al suo esercizio monopolistico ma lo sfruttavano anche quale volano del metodo intimidatorio, caratterizzante l’operato della ‘Ndrangheta, sino al punto da ferire a colpi d’arma da fuoco, a distanza di alcune ore e dopo averlo ricercato per la città, un avventore di un locale che aveva messo in discussione la loro autorità criminale.

Con lo sviluppo delle investigazioni, è stato accertato come, sfruttando la gestione capillare del servizio di buttafuori, alcuni sodali avessero avviato un fiorente traffico di sostanze stupefacenti (cocaina e marijuana) strutturando una stabile organizzazione criminale, caratterizzata da una ramificata vendita al dettaglio, operante sia nei locali notturni, in cui si erano infiltrati grazie alla predetta gestione del servizio di buttafuori che in alcuni punti della città.

E’ stato, poi, accertato come taluni protagonisti di tali dinamiche criminali, fossero anche autori di inquietanti, specifici episodi di estorsione, rapina ed altri reati che hanno minato la serenità ed il tranquillo vivere civile della popolazione cittadina.

L’indagine, infatti, ha consentito di disarticolare la dirigenza di un numeroso e pericoloso sottogruppo criminale, inserito nella “Cosca RUGOLINO” ed avente come base operativa il quartiere di Arghillà, con a capo i fratelli Cosimo, Fabio ed Andrea MORELLI. Il sottogruppo operava nel settore dei furti di autovetture, nelle abitazioni ed altri reati predatori (scippi), nel traffico di stupefacenti; lo stesso era dotato di una ingente disponibilità di armi da fuoco che lo aveva reso punto di riferimento anche per altre compagini criminali della zona.

Lo stringente monitoraggio degli indagati e la volontà di approfondire la preoccupante diffusione di armi da fuoco tra i soggetti intercettati, ha consentito sia di individuare ulteriori esponenti della “Cosca STILLITANO”, che di identificare individui alcuni fornitori di armi e munizionamento in favore di esponenti delle cosche cittadine.

RUOLO DEL NUCERA DOMENICO

L’indagine muoveva i primi passi dal monitoraggio di NUCERA Domenico, presenza assidua della pizzeria “Mirablù”, ubicata nel centro città.

L’intuizione investigativa di questa Procura della Repubblica si dimostrava, da subito, premiante poiché permetteva di riscontrare in primo luogo un’effettiva intestazione fittizia della citata pizzeria “Mirablù”, luogo di ritrovo per numerosi esponenti dello schieramento Condelliano. Il NUCERA intratteneva buoni rapporti di amicizia con TEGANO Domenico, figlio del Boss TEGANO Pasquale, che sovente veniva notato presso i locali della pizzeria nonché sull’autovettura in uso al NUCERA stesso, palesando un indubbia commistione tra i membri di cosche storicamente contrapposte.

RAPINA AL “CENTER STOCK”

Le attività tecniche poste in essere permettevano di rilevare come gli associati avessero una reale e concreta disponibilità di armi come acclarato il 19.12.2016 in occasione di una rapina perpetrata da MAGAZZU’ Bruno presso il “Center Stock” sito su Viale Calabria.

Nell’immediatezza dei fatti veniva tratto in arresto il MAGAZZU’ e recuperata la somma di 31.940,00 euro mentre il suo complice riusciva a darsi alla fuga con parte della refurtiva.

Nel corso dell’indagine si riusciva si comprendeva che il NUCERA ed il FERRANTE avessero piena consapevolezza di quanto occorso. Gli stessi, inoltre, provvedevano al sostentamento della famiglia del MAGAZZU’ ristretto in carcere.

PROCACCIAMENTO DI ARMI DA FUOCO

L’addetto al reperimento e al procacciamento delle armi per l’associazione era Vincenzo FERRANTE che, tramite Francesco BARBARO o Cosimo MORELLI alias “Cocò”, si adoperava alla sostituzione o all’acquisto delle armi in possesso agli associati sotto la supervisione del NUCERA Domenico.

In diverse conversazioni intercettate il NUCERA invitava il FERRANTE a prodigarsi per il procacciamento di nuove armi per “lavorare” ed il FERRANTE riferiva al BARBARO “qualsiasi cosa capita, pure mitragliette..”.

L’ATTIVITÀ DI GUARDIANIA AI LOCALI MEDIANTE “BUTTAFUORI”

Il controllo del territorio da parte del NUCERA e dei suoi consociati si traduceva anche nell’impiego di alcuni individui nell’attività di “buttafuori” presso alcuni locali della città di Reggio Calabria.

Il contesto “Buttafuori” deve intendersi come propria espressione della ‘ndrangheta sul territorio; il NUCERA, con l’ausilio di alcuni dei ragazzi che, per suo conto, effettuavano il predetto irregolare servizio, a seguito di un litigio iniziato presso il lido “Ni’u”, si rendeva responsabile del ferimento a colpi d’arma da fuoco di un incensurato di Reggio Calabria, occorso alle prime luci dell’alba del 29 agosto 2015 nei pressi del Bar denominato “Snoopy”.

CORSE CLANDESTINE DI CAVALLI

Il NUCERA, inoltre, si mostrava un assiduo frequentatore di un ricovero per equini, attribuibile alla famiglia CONDELLO, per il conto della quale “scuderia” effettuava ripetutamente corse clandestine sullo scorrimento veloce Gallico-Gambarie. Lo stesso impartiva anche disposizioni sui farmaci da somministrare ai cavalli per migliorarne le prestazioni.

GLI “STILLITANO”

Il proseguo dell’attività investigativa consentiva di far luce sulla figura di Vincenzo FERRANTE che, in un primo momento, operava alle dipendenze del NUCERA e successivamente, ritrovata la sintonia criminale con lo zio Domenico STILLITTANO, iniziava ad operare per conto del congiunto.

L’avvicinamento allo “Zio Mico” e quindi l’interessamento del FERRANTE per il sostentamento economico della famiglia del predetto, provocava degli inasprimenti nel rapporto che lo stesso aveva con i germani Cosimo e Andrea MORELLI, operanti nel territorio di Arghillà.

A seguito degli insoddisfacenti rapporti tra Vincenzo e i predetti germani, in particolare “Cocò”, il FERRANTE chiedeva ausilio a Salvatore FALDUTO, storico affiliato della famiglia STILLITTANO dimorante proprio ad Arghillà, il quale si intrometteva per distendere la situazione indottrinando FERRANTE sul forte legame tra lo “Zio Mico” e i fratelli, in particolare Andrea, con il quale aveva condiviso un periodo di detenzione nonché sul placet mafioso delle cosche di riferimento.

I malumori del FERRANTE si inasprivano il 29.08.2016 in occasione del furto di un’autovettura di proprietà di VAZZANA Andrea Gianpaolo cugino di VAZZANA Andrea, storicamente affiliato alla famiglia di Pasquale CONDELLO alias “il Supremo”.

A seguito del predetto furto il NUCERA, tramite Salvatore FALDUTO, interpellava Cosimo MORELLI alias “Cocò” per riottenere l’autovettura; il FERRANTE, autonomamente, si inseriva nella vicenda e, recandosi presso l’abitazione del MORELLI, innescava con lo stesso un’accesa discussione tanto da esternare propositi omicidiari nei suoi confronti.

Nella medesima giornata FERRANTE si rivolge anche a BARCELLA Enrico Giovanni, dipendente della ditta edile intestata alla moglie di FERRANTE Francesco, per avere le armi della “famiglia” custodite, millantando con lo stesso l’avallo del fratello Francesco, senza ottenere però risultato.

Il NUCERA, temendo che la situazione potesse degenerare, interloquiva prima con il MORELLI e successivamente con il FERRANTE Francesco, fratello di Vincenzo, riuscendo a ricomporre il dissidio creatosi.

I MORELLI

L’attività d’indagine consentiva, inoltre, di acclarare il ruolo di interlocutore privilegiato che i fratelli MORELLI (Cosimo, Andrea e Fabio) avevano assunto nel contesto delinquenziale reggino. Gli stessi, oltre all’approvvigionamento di armi per conto dei loro referenti, potevano contare su un corposo numero di loro fiancheggiatori che si sono resi protagonisti, di reati predatori in diverse zone della città. Un esempio di tale loro capacità criminale si aveva con l’episodio del furto dell’autovettura di VAZZANA Andrea Gianpaolo del 29.08.2016.

IL TRAFFICO E LA DETENZIONE AI FINI DI SPACCIO DI SOSTANZE STUPEFACENTI

L’indagine permetteva di individuare un’attività di spaccio posta in essere nella zona di Viale Manfroce - Ponte della libertà e gestita principalmente da Vincenzo FERRANTE che si avvaleva della collaborazione di fidati collaboratori. Le intercettazioni poste in essere portavano alla luce il canale del FERRANTE per l’acquisto ed il taglio della sostanza stupefacente da smerciare, individuato per l’appunto in PUGLISI Fabio, addetto tra l’altro alla custodia della “bianca” da consegnare a Vincenzo.